Sono trascorsi 10 anni dal giorno in cui (era il 14 marzo del 2016) i macchinari della Lavanderia Girasole di Comacchio entrarono per la prima volta in funzione. Una sfida imprenditoriale che, all’inizio, sembrava tutta in salita ma che, a distanza di un decennio, ha portato a risultati sopra le aspettative: le persone occupate sono più che raddoppiate e il fatturato più che triplicato. Tutto è nato dall’iniziativa di 14 soci lavoratori, di cui 11 donne, che hanno investito i loro ammortizzatori sociali in una cooperativa per salvaguardare il proprio posto di lavoro. I lavoratori, infatti, prestavano servizio nella lavanderia di Comacchio chiusa nel 2013 a seguito della riorganizzazione di Servizi Ospedalieri, che gestiva lo stabilimento. Il personale era stato in parte ricollocato nello stabilimento di Ferrara: questo significava prendere la corriera prima dell’alba e, dopo il lavoro, tornare con la stessa corriera la sera. Impossibile la conciliazione con i tempi di vita, soprattutto per chi aveva figli ancora in età scolastica. E così a Matteo Tomasi, che lavorava nella lavanderia come manutentore, venne un’idea: perché non rilevare, insieme ad altri lavoratori, lo stabilimento e diventare imprenditori di sé stessi?

«Ricordo quando Matteo Tomasi arrivò in Legacoop, accompagnato da Marco Corazzari della Filctem CGIL – afferma la direttrice di Legacoop Estense Chiara Bertelli – pensai che sarebbe stata una bella sfida riportare lavoro, competenze e investimenti in un territorio non facile come quello del basso ferrarese. Abbiamo supportato la nascita di Girasole inquadrandola come workers buyout, formula imprenditoriale che consente ai lavoratori di rilevare la propria impresa costituendosi in cooperativa. Si tratta di un modello innovativo, che interviene in caso di crisi di impresa o di mancato ricambio generazionale, nato per supportare lavoratori che accettano la sfida e la responsabilità di diventare soci cooperatori e determinare il proprio futuro professionale. Ad oggi Girasole è l’unico workers buyout della nostra provincia, un’esperienza di cui siamo orgogliosi. I nostri auguri e complimenti vanno a Matteo e a tutte le lavoratrici e i lavoratori che in questi anni, lavorando con impegno, dedizione e costanza e grazie a importanti investimenti, hanno garantito alla cooperativa continuità, stabilità e prospettive di sviluppo».
Fondamentale, nella fase di avvio della cooperativa, si è rivelato l’apporto finanziario di Coopfond – fondo mutualistico alimentato dal 3% degli utili annuali di tutte le cooperative aderenti a Legacoop – e di CFI – la società partecipata dal Ministero dello Sviluppo Economico e dalle centrali cooperative – che hanno consentito l’investimento necessario ad avviare l’attività grazie ad un finanziamento e alla sottoscrizione di quote sociali. Indispensabile anche la collaborazione con Lidi Group, proprietaria dell’immobile e partner commerciale della cooperativa.
Se nel 2016 l’anno fiscale si chiuse con un fatturato di 774.114 euro, oggi parliamo di 2.642.707 euro. Oltre al fatturato in crescita, la gestione della cooperativa ha permesso anche di ripianare i debiti: i 545.000 euro di finanziamenti erogati nel 2015 (cui se ne sono aggiunti l’anno scorso 160.000 per investimenti) sono stati quasi tutti rimborsati. Quest’anno terminano i piani di ammortamento. I numeri sorridono anche dal punto di vista della compagine societaria: se all’inizio i soci erano 14, oggi se ne contano 20; i dipendenti sono in tutto 36, di cui 23 donne.

Per il presidente di Girasole Matteo Tomasi, «la lezione più grande che ho imparato in questi dieci anni è saper ascoltare. Per me la cooperativa non è solo una suddivisione di ruoli, di compiti e di lavoro. La cooperazione è ascolto. La Lavanderia Girasole è un esempio concreto di come l’ascolto di un’idea e di un bisogno possa generare un progetto di rinascita e innovazione sociale. All’inizio è stata tutta in salita. Quando siamo partiti, l’inesperienza si faceva sentire: ogni imprevisto era un ostacolo e abbiamo dovuto imparare tutto sulla nostra pelle, pagando il prezzo di errori, ritardi e tanta fatica. Oggi i risultati ci hanno dato ragione: il fatturato è triplicato. Siamo passati dai problemi dell’inizio a essere un’azienda che cresce, include e produce valore. Tutto questo, però, non sarebbe stato possibile senza il sostegno di chi ci ha saputo ascoltare. Legacoop ci ha dato il supporto finanziario e la fiducia necessari nei momenti più bui, credendo nel nostro progetto quando era solo una scommessa».

WORKERS BUYOUT
Con il termine workers buyout o “impresa recuperata” ci si riferisce alle cooperative nate per iniziativa di dipendenti che rilevano l’azienda per cui lavorano o un ramo di essa e riescono in questo modo a mantenere un’attività produttiva – altrimenti destinata alla chiusura – e il proprio posto di lavoro.
In Italia le esperienze di workers buyout sono 346, di cui 63 in Emilia-Romagna. A Legacoop aderisce il 72% dei WBO attualmente attivi in Italia. Questo fenomeno, di grande attualità, può trovare applicazione nelle crisi aziendali, nei processi di ristrutturazione e in caso di difficoltà nel ricambio generazionale delle imprese familiari.
Le strutture territoriali di Legacoop, attraverso lo sportello Start up e in accordo con i sindacati, supportano i lavoratori e futuri soci nella valutazione economica e sociale del progetto e, in caso di fattibilità, li accompagnano nel reperimento delle risorse finanziarie. Il capitale sociale versato dai lavoratori – solitamente costituito dalla buonuscita e dalla mobilità anticipata dall’INPS in un’unica soluzione – viene infatti raddoppiato da Coopfond, il fondo mutualistico alimentato dal 3% degli utili di tutte le cooperative iscritte a Legacoop, e CFI, il Fondo partecipato dal Ministero dello Sviluppo Economico e dalle centrali cooperative.
L’Italia è l’unico Paese al mondo che, attraverso un’apposita legge – la legge Marcora del 1985 – disciplina e favorisce, anche economicamente, la costituzione di workers buyout, in virtù della comprovata efficacia di questa soluzione. Ricerche condotte sui casi italiani (l’ultima, in ordine di tempo, condotta dal Centro internazionale di studi cooperativi di Unipr nel 2025) mostrano come talvolta le cooperative nate come workers buyout abbiano portato anche ad un miglioramento delle capacità produttive rispetto alle imprese d’origine, rafforzando così l’economia del territorio di riferimento.




