La consapevolezza come fondamento dell’equità di genere: successo per il primo incontro del progetto C.A.R.E.

Il 21 settembre 2026, presso Coop Cartai di Modena, si è svolto il primo incontro del progetto della Commissione Pari Opportunità di Legacoop Estense C.A.R.E. – Cooperative Agents for Responsibility & Equity, nell’ambito del Bando “Senza chiedere permesso. Azioni di conciliazione vita-lavoro”, cofinanziato dal Comune di Modena e dalla Regione Emilia-Romagna.

All’incontro hanno partecipato oltre 20 persone provenienti da 9 diverse organizzazioni e aziende, un dato significativo non soltanto in termini di partecipazione, ma soprattutto per la possibilità di mettere a confronto esperienze, ruoli e contesti organizzativi differenti.

Ad apertura dell’incontro Morena Bedogni, Presidente della Commissione Pari Opportunità di Legacoop Estense, ha presentato  il progetto C.A.R.E., richiamando l’impegno dell’associazione nel contribuire alla costruzione di ambienti di lavoro sempre più equi, inclusivi e responsabili.
Il Presidente di Coop Cartai, che ha ospitato il workshop, ha sottolineato l’importanza dei temi affrontati e il valore di creare occasioni nelle quali le organizzazioni possano interrogarsi sul rapporto tra lavoro, responsabilità di cura ed equità.

Dalla conciliazione alla comprensione del lavoro di cura

Il workshop è stato condotto da Benedetta Rossi, Coordinatrice per le attività connesse alla promozione di genere e pari opportunità di UNIMORE.
Il primo modulo del percorso C.A.R.E. è stato costruito con un obiettivo preciso: favorire una maggiore consapevolezza rispetto ai vissuti individuali, ai carichi di cura e ai modelli culturali interiorizzati, per arrivare a identificare possibili leve di cambiamento.

Rendere visibile il lavoro invisibile

Uno dei nuclei centrali dell’incontro è stato proprio il riconoscimento del lavoro di cura non retribuito e del carico mentale che lo accompagna.
La cura non coincide infatti soltanto con l’esecuzione materiale di un’attività. Dietro il “fare” esiste un lavoro meno visibile fatto di pianificazione, anticipazione dei bisogni, organizzazione, decisione, coordinamento e monitoraggio.
Durante il laboratorio questa dimensione è stata esplorata attraverso la Matrice del Lavoro Invisibile, distinguendo i compiti esecutivi e visibili dalle attività direttive e gestionali che spesso rimangono nella mente di chi si assume la responsabilità complessiva della cura.
È un passaggio importante perché consente di spostare lo sguardo dalla semplice domanda “chi fa cosa?” a una domanda più profonda: chi porta la responsabilità di ricordare, prevedere, organizzare e far funzionare le cose?
Il percorso proposto da Benedetta Rossi ha mostrato come questo lavoro cognitivo possa essere letto attraverso quattro fasi – anticipare, identificare, decidere e monitorare – evidenziando come l’esecuzione materiale rappresenti soltanto una parte del lavoro complessivamente necessario.

Cura, stereotipi e disuguaglianze

L’approfondimento ha collegato il lavoro di cura al tema degli stereotipi di genere, mostrando come alcune rappresentazioni culturali continuino ad associare alle donne una presunta predisposizione “naturale” alla cura.
Quando la cura viene interpretata come vocazione, attitudine o dovere affettivo, rischiano di diventare invisibili il tempo, le energie e le competenze che essa richiede. Lo stesso meccanismo può riprodursi nei contesti organizzativi attraverso modelli di lavoro fondati sulla disponibilità continua e sul presenzialismo, che possono penalizzare maggiormente chi sostiene responsabilità di cura.
I dati discussi durante l’incontro hanno aiutato a riportare la riflessione dal piano delle percezioni a quello delle disuguaglianze concrete. A livello globale, le donne dedicano mediamente oltre due volte e mezzo il tempo degli uomini al lavoro di cura non retribuito; anche in Italia la distribuzione del lavoro domestico e familiare continua a essere fortemente sbilanciata.
Il tema della cura è stato quindi collegato alle sue conseguenze sul lavoro: minore disponibilità di tempo per la crescita professionale, maggiore ricorso al part-time, interruzioni delle carriere e ricadute su retribuzioni, progressioni professionali e, nel lungo periodo, pensioni.

Una questione privata che riguarda anche le organizzazioni

Uno degli elementi centrali emersi dal workshop è il passaggio dalla dimensione individuale a quella collettiva.
La cura è indispensabile alla vita delle persone e al funzionamento della società e dell’economia, ma una parte significativa di questo lavoro continua a rimanere poco visibile e scarsamente riconosciuta.
Per questo il percorso C.A.R.E. non intende fermarsi alla consapevolezza individuale. Rendere visibile ciò che è invisibile è il primo passaggio; interrogarsi su come organizzazioni e sistemi di welfare possano contribuire a redistribuire responsabilità, opportunità e tempi è quello successivo.
In questa prospettiva, parlare di conciliazione non significa soltanto individuare strumenti che consentano alle persone di “gestire meglio” responsabilità già distribuite in modo diseguale. Significa anche interrogarsi su cultura organizzativa, modelli di presenza e disponibilità, servizi, welfare, genitorialità, percorsi di carriera e criteri attraverso i quali vengono riconosciuti impegno e valore professionale.

Dalla consapevolezza al cambiamento organizzativo

Il primo incontro ha avuto quindi una funzione precisa: rendere visibili dinamiche che spesso vengono vissute individualmente e riconoscerne la dimensione culturale, economica e organizzativa.

Il prossimo appuntamento del progetto C.A.R.E. si terrà martedì 20 ottobre 2026, dalle ore 14.00 alle ore 18.00.
Sarà il momento nel quale quanto emerso nel primo workshop diventerà materia di progettazione. Attraverso tavoli tematici e una metodologia di co-progettazione, le persone partecipanti lavoreranno sui temi del tempo, dei servizi, della cultura della cura e l’impatto sulle organizzazione con l’obiettivo di tradurre la riflessione in possibili azioni organizzative e strumenti concreti.

La leva personale è l’innesco; la trasformazione organizzativa è l’obiettivo.

E resta particolarmente significativa anche la riflessione richiamata in chiusura dell’incontro, parafrasando parole di  Azzurra Rinaldi: “se un costo non è a bilancio, significa che qualcuno altro  lo sta pagando”, il punto è questo: il fatto che un’attività non generi una spesa contabilizzata da un’impresa o dallo Stato non significa che quell’attività sia gratuita.

Quel costo esiste  quando parliamo di lavoro di cura, continua a essere sostenuto in misura prevalente dalle donne.
È proprio da qui che C.A.R.E. proseguirà il proprio lavoro il 20 ottobre: dal riconoscimento di un costo spesso invisibile alla costruzione condivisa di organizzazioni capaci di distribuire in modo più equo responsabilità, tempi e opportunità.

Condividi su:
Leggi altri articoli